di Elio Giunta

E’ l’ora di una seria opposizione cattolica
C’è la politica e c’è il buon senso: due nozioni che da troppo tempo in qua non vanno più d’accordo. Come è vero che c’è il farfugliare subdolo e c’è la logica lineare. Il governo in carica, sorto tra gravi ansie e molte attese di rinnovamento etico, non si è dichiarato decisamente da una parte o dall’altra, ma comunque, anche per il modo con cui è sorto e sostenuto, si è piuttosto accostato marcatamente più alla politica e al farfugliare pseudocritico che al buon senso e alla logica. Lo si è constatato, oltre che per l’aver colpito, indiscriminatamente, di più i poveri e poco i ricchi, per quel che ci è stato fatto leggere sui giornali di questi mesi. Hanno avuto assoluta preminenza le questioni legate al mercato del lavoro. Due le problematiche a proposito: la querelle sul posto fisso e la sostenibilità o meno dell’art. 18 della vigente legislazione sul lavoro.
L’attacco all’idea del posto fisso è ormai di lunga data ed ha avuto tra i paladini illustri persino D’Alema. C’era d’aspettarsi che un Mario Monti, in fondo maestro di un liberalismo monetario, piuttosto aulico, se ne uscisse col dire che il posto fisso è una noia. Val la pena dunque qualche appunto che serva da lezione a professori e politici che, come al solito, fermi sui loro posti ultrafissi e ben pagati, si sono scordati di avere a che fare con la realtà. Questa infatti dice che non esiste aspirante al mondo del lavoro che non cerchi in questo anzitutto la stabilità; e ciò conformemente, da un lato, alla legge di natura che vuole come istintivo tendere sempre alla consistenza quanto è in bilico, dall’altro, alle esigenze della vita pratica cui non si può far fronte se non contando sulla stabilità di risorse. Non si può, è chiaro esempio, progettare una famiglia senza poter contare stabilmente su come pagare affitto, tasse e mantenimento di figli. Negare questo è supporre che ogni desiderio di cambiare e migliorare abbia sempre facile seguito, ed è quindi un parlare a vanvera. Infatti, che il posto fisso non sia sempre facile averlo è un conto, ma è da stolti negare l’esistenza di un bene, allorché accada di non poterlo avere.
La questione dell’art. 18 poi ha tenuto banco già da mesi e pare che non sia ancora del tutto chiusa. Essa è partita dall’insipienza di porre tale questione alla base di una possibile riforma della legislazione sul lavoro, ma non per quello che era effettivamente necessario, bensì per la solita mania del voler cambiare tutto anziché adoperarsi a far funzionare bene e meglio il tutto. Ma tant’è, direbbero i vecchi saggi: “cu cumanna fa liggi” e magari non riflette che le leggi si fanno per regolare esigenze collettive non per annullare le medesime.
Dunque è stato detto e predicato fino alla nausea che, rendendo più facili i licenziamenti si avrebbero più investimenti e quindi più lavoro. Cioè il licenziare porta lavoro. Come si fa a prendere per buona una sciocchezza simile? Infatti sarebbe intanto un creare posti di lavoro in corrispondenza ad altrettanti disoccupati o sarebbe favorire i giovani quindici-ventenni e fregare facilmente i trenta-cinquantenni; ma, d’altronde, davvero gl’investitori hanno interesse a puntare i loro affari su aziende piene di precari o di personale in perenne fieri e non invece su quelle con lavoratori attaccati al loro lavoro come alla necessità del pane quotidiano? Ed oltretutto quest’Europa, che ora conta ora non conta, e i severi mercati, hanno a cuore questa faccenda del facile licenziare e non piuttosto quella più grave della instabilità politica? E’ ovvio invece che la speculazione finanziaria, con i suoi parametri, le sue intermittenze, delle nostre leggi sul mercato del lavoro se ne fa un baffo, come si constata ogni giorno; magari momentaneamente può parere una scusa ma domani ne verrà fuori un’altra perché i poteri finanziari continuino a tenere sotto pressione gli stati deboli. Anzi, chi sa quale sarà la loro reazione quando risulterà più evidente ed irrimediabile l’affossamento della classe media in atto, che renderà impossibile qualsiasi crescita.
Evidentemente la verità è che dietro l’attacco al posto fisso e dietro la guerra all’art.18 si gioca una partita epocale tra il rigurgito di vecchi interessi di tipo padronale mai estinti contro la sempre mal digerita tutela della dignità dell’uomo. Farebbe comodo, è chiaro, alle forze economiche che regolano o pompano la globalizzazione, questa disgrazia in cui si è riusciti a spingere la nostra epoca, di tornare un po’ ai tempi dei padroni delle ferriere, quando il lavoro era strumento di arricchimento per pochi e tradimento dell’uomo impegnato con sofferenza a sopravvivere. Farebbe comodo anche che i flussi migratori annullino l’identità civile latino-cristiana e riducano il mondo del lavoro a soluzione per masse precarie e acquiescenti (ma, si badi, non lo sarebbero sempre!).
Probabilmente le cose andranno avanti non senza qualche accomodamento e non proprio come auspicava la Confindustria, che infatti già protesta; ma intanto preoccupa alquanto questo continuo serpeggiare di novità che sanno troppo di tristissimi passi indietro. Il presidente Monti, che è furbo e forse un po’in malafede, ma non certo stupido, ha detto a giustificazione che “l’art. 18 è stata una conquista per il paese, ma il mondo è cambiato…”. Ed è vero, i tempi cambiano, ma sarebbe stato bene e giusto che qualcuno in Europa e nel mondo si adoperasse per renderli migliori e non per adeguarli al peggio. Il che è davvero inaccettabile.
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Fonte: redazione palermomania.it | Articolo inserito il: 22/06/2012 - 11:39
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