Teatro

Al Teatro Biondo di Palermo debutta ''Finale di partita'' con Michele Di Mauro e Giuseppe Sartori

Dal 13 al 18 gennaio, al Teatro Biondo di Palermo va in scena la nuova edizione di Finale di partita di Samuel Beckett, diretta da Gabriele Russo. Hamm e Clov diventano i simboli di una famiglia dei nostri giorni, confinata in un piccolo appartamento come metafora del presente.
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Pubblicata il: 09/01/2026 - 14:26
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Teatro Biondo

Michele Di Mauro e Giuseppe Sartori sono Hamm e Clov nella nuova edizione di Finale di partita di Samuel Beckett diretta da Gabriele Russo e prodotta dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini insieme al Teatro Biondo di Palermo, dove debutta martedì 13 gennaio alle ore 21.00.

Nei ruoli di Nagg e Nell sono Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo, le scene sono di Roberto Crea, che ha realizzato anche le luci insieme a Giuseppe Di Lorenzo, i costumi sono firmati da Enzo Pirozzi e le musiche di Antonio Della Ragione.

Repliche fino a domenica 18 gennaio.

Gabriele Russo propone un’originale chiave di lettura del celebre testo di Beckett andato in scena per la prima volta nel 1957 e considerato un classico del Novecento: il cieco Hamm, inchiodato su una sedia a rotelle e assistito da Clov, che invece è condannato a non sedersi, e i genitori rinchiusi dentro i bidoni della spazzatura, sono per Russo i membri di una famiglia di oggi, confinata in un asfittico bunker casalingo.

«La famiglia – spiega il regista – resta la zona sismica per eccellenza del teatro. Da Sofocle in poi, è il terreno dove si consuma la frattura tra il bisogno d’amore e la necessità di difendersi dall’amore stesso. Dentro un mondo che sembra aver superato il proprio apice di senso, torno a Finale di partita partendo da lì: dalla famiglia come ultimo rifugio e, insieme, ultima prigione. L’intento è quello di liberare Beckett dalla cornice dell’assurdo e del “dopo la fine del mondo” per restituirlo a una realtà che ci appartiene. L’assurdo non è un genere: è una condizione quotidiana».

In questo “nuovo” Finale di partita ritroviamo dunque una famiglia disfunzionale dei nostri giorni, segregata in un asfittico interno piccolo borghese a causa, forse, di una pandemia. La landa desolata che circonda l’edificio, che per Beckett era la metafora di un’apocalisse prossima ventura, potrebbe essere quella realtà concreta che tutti abbiamo vissuto e che può ripetersi da un momento all’altro. Il confinamento forzato fa esplodere tutti i conflitti e disagi che covano in seno alla famiglia: «L’appartamento di Hamm e Clov – continua Russo – è una casa reale, decadente, impoverita. Le finestre non si aprono più, i genitori vivono da anni nel bagno, non in un’astrazione scenica, ma in una vasca che odora di ruggine e di memoria. Tutto ciò che li circonda è vero, tangibile, ma anche fragile come una memoria che si sbriciola. Il riferimento al periodo della pandemia resta sottotraccia, non dichiarato. Non serve nominarlo: è rimasto nel corpo degli attori, nei loro respiri trattenuti, nella distanza con cui si parlano. La segregazione, la stanchezza, la convivenza forzata sono esperienze che oggi riconosciamo senza bisogno di metafore. Finale di partita diventa così una radiografia del nostro tempo: una famiglia chiusa in una routine che si ripete, incapace di salvarsi e di smettere di provarci. Non un’allegoria filosofica, ma una storia d’amore e di sopravvivenza, nel tentativo disperato e tenerissimo di restare vivi»

 

 

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Fonte: Teatro Biondo

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