“LA LETTERA” - Un racconto di PIERO JUVARA

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Pubblicata il: 18/03/2014 - 17:40
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 LA SINOSSI

     Il  Dott. Michele  Loi, aiuto  primario  del  reparto  di  endocrinologia dell’ospedale “San Giuliano”, divorziato  e  padre  di due figli, mentre effettua delle visite nel suo reparto viene chiamato al telefono dalla  vecchia  madre che lo prega di raggiungerla al più presto a casa per  spostare  un  vecchio  mobile. Ma  quando  il  vecchio  mobile  viene  spostato compare, d’improvviso, una piccola lettera azzurra, spedita tantissimi anni prima dall’America...

                                      

                                                          IL  RACCONTO

  • Dottor Loi! Dottor Loi!”.  - Il dottor Michele Loi era l’aiuto primario del reparto di endocrinologia del  nuovissimo  Ospedale “San Giuliano”,  e  chi  lo chiamava era la signora Giovanna, la caposala, l’infermiera  più vecchia del suo reparto, ma anche la più efficiente.

-  “Dottor Loi, la vogliono al telefono, è sua madre…Dice che l’ha chiamato anche al cellulare…”. - “Mio Dio! – pensò il dottor Loi -  “Mia madre al cellulare? E quando mai? Lei li odia quegli aggeggi infernali…Deve essere successa una cosa grave…” – “Va bene, arrivo subito…”

disse poi a voce alta. - “Grazie, Giovanna…” –

- “Non c’è di che, dottor Loi…” E poi aggiunse: “Ah, è sulla linea due, dottore…”

- “Sì, certo…grazie ancora” – Prese il ricevitore, schiacciò il pulsante della linea due e si accorse di sudare. Di un sudore freddo, appiccicoso.

- “Mamma, sono io, Michele…cos’è successo?” -

- “Michele, scusami, ma domani arriva quella…la polacca, come si chiama?…E chi se lo ricorda più…lo sai no?”

- “Sì, certo, Margherita…ed è rumena, non polacca…” -

- “Ah, una rumena…Non lo conosce il papa, allora?”

- “Il papa?...quale papa?...

 - “Ma se lo fa il segno della croce, almeno?...

- “Sì, mamma,  certo  che  se  lo fa…Ma perché mi hai chiamato? Dimmi…Ho delle visite da fare…”.-  Sua madre, la signora Teresa, aveva già superato gli ottantasei anni e soffriva anche di aterosclerosi  e da  quando era rimasta vedova viveva in un mondo tutto suo, fatto di presente e di passato e dunque di ricordi in chiaroscuro. Ora, però, aveva proprio bisogno di qualcuno che badasse a lei e così Michele, di comune accordo con i suoi fratelli, Filippo e Angela, aveva deciso di fare arrivare dalla Romania una “badante”.

- “Michele, devi venire oggi pomeriggio, ci devi aiutare a spostare quel vecchio comò…E’ importante, dobbiamo fare un po’ di spazio…Verrai, allora? Ci sarà anche Angela”. -

- “Sì, certo, verso le cinque, va bene?”

- “Grazie, grazie, Michele, ti aspetto…Hai detto alle quattro, vero?”

- “No, mamma, ho detto alle cinque. Alle cinque sarò da te.”

                                                                °° °° °°

Michele fu puntualissimo. Come sempre. Alle cinque in punto era già dietro la porta di casa della madre. Poteva aprire con la sua chiave, ma preferì suonare il campanello due volte. Come sempre.

- “Michele, finalmente….E’ da un’ora che ti aspettiamo, io e tua sorella…” -

- “Mamma, ti ho detto ieri che sarei venuto alle cinque e sono appena le cinque…” -

- “Ma non avevi detto alle quattro, eh?” -

- “No, mamma, alle cinque…Alle cinque! Oh, sant’Iddio” -

            Angela, la sorella, apparve dietro la madre. “Ciao, Michele…” E gli diede un bacio. Poi all’orecchio gli sussurrò: “Lasciala stare, lo sai com’é…” -

- “Sì, lo so com’é…Certo che lo so, com’é...” -

- “Come stanno i bambini? Li hai visti?”  - 

- “No, quella lì non me li fa vedere…E’ la solita storia. E se ne vuole andare, adesso…”

- “Dove?”

- “A Roma, da sua sorella...dice  che le ha offerto un lavoro, ma è solo una scusa per non farmi vedere più i miei figli...” -

- “Béh, lo spostiamo questo comò? Si sta facendo tardi…” – fece la signora Teresa, con aria scocciata.

-  “Sì, mamma, lo spostiamo, certo che lo spostiamo…”- Disse Angela, alzando gli occhi al cielo.

- “Forse dovevamo chiamare anche a Filippo, vero Michele? E’ così pesante questo mobile ed è anche così vecchio…” – disse lamentosamente la signora Teresa.

- “Mamma, Filippo non sta bene, lo sai…si è appena operato...” -

- “Ah, già, non ci pensavo…povero figlio mio!…Sempre con il suo diabete…Perché non si cura come si deve? Ah, che testa dura…”.

- “Mamma, Filippo soffre di cuore, e il diabete c’entra poco, ormai…”

Angela per tagliare corto fà:-  “Michele, lo vogliamo spostare questo comò?”

- “Certo, certo, andiamo…” - E vanno tutti verso la camera della madre.

- “Ecco, ecco, mettiamolo qui il comò, e qui metteremo il lettino per la signorina, che ne dite?”

- “Sì, sì, va bene, come vuoi tu”. E, aiutato dalla sorella, Michele spostò il vecchio comò che cigolò e scricchiolò , ma alla fine si mosse e fu a quel punto che apparve la lettera, anzi prima sbucò fuori una vecchia busta giallastra impolverata e piena di timbri, dove però era possibile leggere, sia pure a malapena: “POSTE ITALIANE”.

- “E questa che cos’è?” - Raccolse da terra la grossa  busta gialla, la aprì e lì ci trovò un altra busta assai più piccola di colore azzurrino, di quelle che si usavano per la posta aerea.

- “Una vecchia lettera, guarda, arriva da New York…” – disse Michele alla sorella.

- “E a chi è indirizzata? A noi?... – fece incuriosita Angela che quasi gliela voleva strappare di mano quella piccola, innocente e innocua lettera.

- “Aspetta…stai buona…Fammi leggere…No, non è indirizzata a noi, ma ad un certo Alfredo… Alfredo Giuffrida…

- “Alfredo Giuffrida? E chi è?...Ma, Michele, guarda: l’indirizzo è lo stesso di dove abitava papà da ragazzo, insomma...è la casa dei nonni…”

  • “Sì, certo – constatò Michele – c’è solo un numero di differenza...I nonni abitavano al 21/a me lo ricordo ancora, e questo è il 19/b...

 - “... allora era un vicino di casa di papà...magari un suo amico d’infanzia...è ovvio...”.   

- “ Ma buttatela via, quella lettera...che la guardate a fare?  E’ solo una vecchia lettera,  buttatela via!...- blaterò Teresa, con il viso pallido e le mani che le tremavano – buttatela via!...

             Michele la fulminò con un’occhiataccia e la madre si acquietò, sempre tremando.

  • “Che pensi di fare, allora? – gli domandò Angela – Vuoi trovare il destinatario? Ma di sicuro sarà morto, come nostro padre...”
  • “ Potrebbe avere dei figli...come nostro padre...Figli che avranno tutto il diritto di ricevere questa lettera, anche se sono passati cinquant’anni...”.

            Teresa ebbe ancora un brivido nelle mani, guardò di sfuggita il figlio poi girò lo sguardo da un altra parte, sempre più pallida.

  • “Fate come volete – biascicò...”però mi sembra una pazzia...solo una pazzia...”

                                                                     ° ° °

              Via  del  Rosario,  era  quella  la  strada  che  doveva  cercare,  si  trovava proprio vicino all’ospedale, ed  era  una  strada  lunghissima  e  stretta,  trafficatissima,  una gasbah  quasi, dove lui malvolentieri andava  e  solo se ne era costretto. Come  in  questa occasione. Qui gli scippi, le risse, erano  all’ordine  del giorno. No, oggi  non  era  più posto  per lui. C’era stato tante volte da bambino, ma  ormai  il degrado, la  disperazione  avevano  vinto su tutto. Cercò  il  civico 19/b ed era  proprio dove se lo  immaginava: in un vecchio e antico cortile,  con le case tutte ad un piano e i tetti  di  tegole  rosse, consunte dal  tempo e preda  delle  erbacce  e  dei  rovi. E  anche  il cortile sembrava  abbandonato e gli usci  erano tutti serrati e consunti, come le tegole. Alcuni erano addirittura sbarrate da  due  assi  di  legno  incrociate, altri erano murati con grossi mattoni di cemento. Come il 19/b. Ma  chi  abitava  in  quel  cortile? Notò  in  un  angolo un grigio lenzuolo che penzolava da  una  corda  e  sembrava un fantasma che tristemente aleggiava in quel cortile abbandonato.

- “A chi  cerca lei? Che  vuole?...” – Il  dottor Loi  trasalì. Chi  aveva  parlato? A chi  apparteneva quella voce, così stridula e petulante? 

“La voce” si materializzò da dietro il  lenzuolo  e  apparteneva  ad  una  donna  grassa e bassa, che pareva anche lei un  fantasma,  per  via  di  un  enorme  pigiamone,  che  una  volta  doveva essere bianco e gli arrivava fino ai piedi. - “Che vuole? A chi cerca?” - ripetè, con lo stesso tono di prima.

- “Qui non c’è più nessuno, nessuno...” –

  • “Ecco...” - tentò di dire il dottor Loi – “ecco...cercavo  il  signor  Giuffrida,  il  signor  Alfredo

Giuffrida...” – E le mostrò  la  piccola lettera, che pareva tremasse nella sua mano, come fosse una cosa  viva,  forse  a  causa  di un  venticello leggero  che  in  quel  momento  si era impadronito del cortile.

  • “Qui non c’è più nessuno...sono tutti morti...tutti  morti...” – e scomparì, con la stessa velocità con  la  quale  era  apparsa,  dietro il lenzuolo  che  in  quel momento sembrava quasi un sipario di teatro, dove era appena avvenuta una rappresentazione, tragica e incolore.

                                                                  ° ° ° ° °

            L’impiegato  dell’anagrafe  era  un  vecchio  amico di Michele e si davano del tu, anche se ormai  si  vedevano  assai  di  rado. “Allora, che vuoi  sapere? Che ti serve? “ disse rapido, perché aveva un pò di fretta e si avvicinava l’ora di chiusura.

Michele  glielo  disse  e  l’impiegato  consultò  prima  il  computer, poi  si diresse verso un enorme armadio  di   metallo  pieno  di vecchie scartoffie, tirò fuori un enorme fascicolo giallastro e impolverato  lo  consultò,  poi  ritornò  al  computer, battè veloce  sulla tastiera, guardò più volte il video un  pò  perplesso, poi si decise, stampò  un  foglio  e  glielo consegnò. – “Grazie.” – disse Michele e voleva dire anche qualche altra cosa, ma  l’impiegato  gli  strinse  la  mano  e  lo congedò con un sorriso tirato. Aveva fretta e doveva chiudere.

                                                                  ° ° ° ° °

               Via Geraci era  dall’altra  parte della città  in una  zona  popolare  e  il  civico  27 era una vecchia  palazzina di soli  tre  piani, con l’intonaco vecchio e scolorito appena ravvivato dai colori vivaci della biancheria stesa ad asciugare sui balconi.

              Era  lì  che  abitava  Luisa Parini,  l’unica erede di  Alfredo Giuffrida. La sua unica nipote.

Professione insegnante, non risultava coniugata, ma aveva a carico un bambino di appena due anni che portava il suo cognome e di nome faceva Alfredo.

              Si decise  a  citofonare,  anche  perché si rese conto che la sua presenza destava curiosità e apprensione agli abitanti del palazzo. Aveva indugiato troppo.  

- “ Sì, chi è?” – fece  una  graziosa voce di donna, dal tono un pò nasale, forse a causa del citofono che produceva piccole scariche. –

-  “ Buongiorno, signora...sono il dottor Loi, e ho una lettera da consegnarle...una lettera per...”

- “Come, scusi?... Sa, non la sento bene,  qui  c’è  il  bambino  che  mi  piange...” –  E  infatti  dal citofono  arrivavano  gli  urli  di  un  bambino  che  disturbavano  non  poco  la conversazione, già difficile di per sè.

  • “Signora...ecco... ho una lettera da consegnarle, io sono il dottor Loi...Michele Loi...” –

-    “Ma c’è da firmare?...” – E intanto gli urli del bambino aumentavano a dismisura.

  • “No, ma...gliela devo consegnare di persona...” –
  • “Ah...va bene, salga, terzo piano, prima porta a sinistra... – disse rassegnata Luisa, che ora aveva un tono piuttosto stanco.

              E piuttosto stanco era pure il dottor Loi dopo che aveva fatto tutti quegli scalini, quasi di corsa, senza nemmeno sapere perché.

              Ma  la  stanchezza  gli  svanì  di  colpo, come per magia, quando la porta si aprì e apparve Luisa, con il  piccolo  Alfredo in braccio che ora  aveva smesso di piangere e aveva le piccole gote rosse e lucide. Luisa aveva gli occhi azzurrissimi e i riccioli biondi, proprio come il piccolo Alfredo che lo guardava  stupito e sembra deciso a ricominciare a piangere. Era un pò pallida ed eterea, ma la  sua  presenza  era  forte  e  a  Michele  mancò  quasi  il  respiro  e  per un attimo, che gli sembrò lunghissimo, si sentì senza forze, senza volontà.

  • “Buongiorno” – riuscì a dire con uno sforzo che gli spezzò il petto. “Ecco...la lettera...”

E rimase affatato, sperduto,  in quello sguardo magnifico di donna.

  • “ Grazie...grazie...buongiorno...” – E la porta si chiuse, secca, implacabile, mentre il bambino ricominciava a piangere e a urlare, disperatamente.   Ci  volle  un  bel  pò  per  Michele  per  riprendersi,  per  capire, per  ritornare  se  stesso.

E  voleva  bussare,  farsi  riaprire,  per spiegare  perché, per chiedere perché quella porta era stata chiusa  così, gelidamente,  implacabilmente,  come  si  può  chiudere la saracinesca di un negozio quando  è  arrivata l’ora della chiusura. Ma che diritto aveva lui di farlo? E poi quel pianto, quelle urla, sempre più violente,  sembrava lo scacciassero e gli dicessero:- “Vai, vai...devi andare... devi andare!....non sei bene accetto qui...non ti vogliamo!...non ti vogliamo!...

                                                              ° ° ° ° ° ° °

  • “Dottor Loi,  dottor Loi,  è  l’ora  delle  visite,  possiamo  andare?...” – annunciò  la  signora

Giovanna, la sua caposala, con il suo solito tono, gentile e professionale.  

  • “Oh, certo, signora  Giovanna, solo un  attimo  e  andiamo...Devo  fare  una  telefonata  a mia madre, lo sa com’é fatta...se non la chiamo almeno due volte al giorno si sente abbandonata...”

              Ma  la  telefonata  era  solo  una  scusa. La  verità  era che quel ricordo, il ricordo di  quel giorno, di  quel  viso, di  quella  porta  che si chiudeva, lo tormentava sempre di più e lo spossava.

Aveva  bisogno  perciò  di  riprendersi,  di  ritornare  in  sè, di cercare di scacciare quel ricordo, di riportarlo in fondo, di ricacciarlo nelle pietose nebbie dell’oblio...

             Erano  passati già  tre  mesi  e  non  l’aveva  più  rivista. Ma  ogni  giorno  il  tormento  si  faceva  sempre  più forte e  insostenibile  e  non si leniva nemmeno quando riceveva la telefonata dei figli  che si  trovavano  a  Roma, anche  loro da tre mesi, ed erano la sua unica ragione di vita.

E si  faceva  sempre  più  forte l’odio e il risentimento verso suo padre, che non aveva saputo fare   il  suo  dovere,  e  non  aveva  mai  consegnato  quella  lettera,  quella  maledetta  piccola  lettera, leggiadra  e  azzurrina  che era arrivata da oltre oceano e poi era finita, miseramente, dietro ad un vecchio mobile.

             Così  da  tre mesi  non era più andato al cimitero e le visite alla madre si facevano sempre più rare, perché si vergognava dei suoi sentimenti e del suo comportamento.

-  “Dottor  Loi,  ma  la  telefonata  non  la  fa  più?” –  le  domandò la sempre gentilissima signora

Giovanna,  scrutandolo da dietro i suoi eleganti occhiali da vista.

- “No, no…andiamo, si è fatto tardi. La farò dopo”.

  • “Ma poi la chiamerà sul cellulare e...”

- “No, è spento...” – E aggiunse subito, per tagliare corto: “Siamo in un ospedale, no?”

              E si avviarono nel lungo corridoio appena ridipinto di un bianco avorio e illuminato a giorno dalle luci al neon. Decisero di cominciare dal reparto donne e così presero l’ascensore e salirono al terzo piano. Prima porta a sinistra. ”Terzo piano....prima porta a sinistra”...

“Terzo piano...prima porta a sinistra...”. Ah,  quella  voce, ancora  quella  voce! E  poi  quella porta, che si apriva e si chiudeva, sempre quella porta! Quella porta!...         

               Entrarono nel reparto. Fu allora  che  la  vide  e  il cuore gli schizzò in gola. Luisa Parini era  lì. Era  proprio  lì. Ma  che  ci  faceva  in  quel  letto  d’ospedale, con i suoi riccioli biondi un po’ in disordine e con quel suo sguardo disperato, perso  nel vuoto? Ah, lo sapeva  il motivo della sua disperazione: il bambino, il bambino dov’era adesso? Dove aveva lasciato il piccolo Alfredo?

A chi lo aveva affidato? E chi lo avrebbe consolato, se avesse pianto?

  • “Dottor Loi, la signora  Raciti...” – disse la signora Giovanna indicando una vecchia paziente che si trovava nel lettino di fronte. “La signora Raciti vorrebbe...” - Ma il dottor Loi non la sentì nemmeno.
  • “E’ arrivata oggi? – e indicò Luisa, che pareva non accorgersi di loro, come se non ci fossero nemmeno.
  • “No, ieri pomeriggio, e stava piuttosto male...Come può vedere,  ha la febbre molto alta...”
  • “ Mi dia la sua cartella...” – Giovanna gliela diede.
  • “Perché è nel nostro reparto?”
  • “Ha un nodulo alla tiroide...forse si deve operare...”
  • “Già, e questa febbre? Ma ha visto questi valori?...troppo sballati.” – E le mostrò la cartella. –

        Il quadro ematico non mi  convince...Dobbiamo avere uno screening completo al più presto... Mi faccia parlare subito con il professor Lo Presti...”

  • “Il professor Lo Presti?...il neurologo? “

 -    “No, Luigi…l’oncologo...”

  • “L’oncologo?... Sì, va bene...” –
  • “Signora Parini...signora Parini...” – E le sfiorò la mano destra, per destarla. Ma il contatto con quella mano, esile, diafana, gli procurò un brivido che gli attraversò tutta la schiena.

-    “Sì?...” – Luisa lo guardò, con quegli occhi azzurrissimi e disperati, ma parve non riconoscerlo. 

  • “Signora Parini, la devo visitare...” –
  • “Sì, sì, certo....che devo fare?”...
  • “ Niente di speciale...” – La fissò a lungo,  poi aggiunse: “E il suo bambino, dov’è adesso?...”
  • “Il mio bambino?” – Luisa sembrò confusa, e ancora più disperata. – “Ma...lei…”

 -    “Io sono il dottor Loi, Michele Loi...Si ricorda? Le consegnai una lettera, tre mesi fa...”

 -   “Ah, sì, la lettera...Ma era indirizzata a mio nonno...Non l’ho nemmeno aperta...Mio nonno è morto tanto tempo fa...in una miniera, in Belgio...sepolto vivo...io non l’ho mai conosciuto e neanche mia madre era ancora nata...Ma ora è morta anche lei...sono tutti morti e anch’io morirò, lo so, lo so...” –

  • “ Ma che dice?... Bene, si rilassi, adesso la devo visitare...-“ “Signora Giovanna, mi aiuti...”

                                                                 °° ° ° ° ° °°  

          I sospetti del dottor Loi erano fondati. Luisa Parini aveva un cancro, maligno, alla cervice dell’utero. Altro che nodulo alla tiroide. Per fortuna  era  al primo stadio, ma  bisognava operare subito. Senza  perdere  altro  tempo. Doveva  essere  immediatamente  trasferita  nel  reparto del professore  Lo  Presti, al  Policlinico,  dunque  lontano  da lì, ma non si poteva fare altrimenti. Il distacco gli procurava una sensazione di dolore e di sconfitta, insieme.  

  • “Dottor Loi, il professor Lo Presti potrà operarla anche domani, ma dice che per il sangue...”
  • “Che problema c’è?” –
  • “Non l’ha visto? La paziente ha un gruppo sanguigno molto raro...AB negativo, e al momento non ci sono scorte sufficienti a...”

 

  • “Ha il mio stesso gruppo sanguigno...provvederò io a donarglielo...disponga subito un prelievo per me, domani mattina presto...”
  • “Ma lei deve andare in sala operatoria domani...non è prudente...”
  • “Non si preoccupi, per un pò di sangue...”
  • “Come vuole lei...”

                                                                        °°°°°°°°°

            L’intervento fu eseguito dal professor Lo Presti con la solita professionalità e competenza e per Luisa  Parini iniziò la lunga e dolorosa trafila della convalescenza, della chemioterapia, dei controlli, continui e improrogabili. Michele Loi la seguiva come poteva, con la massina discrezione possibile, aiutato in ciò dalla fedele Giovanna che non tralasciava mai di metterlo al corrente delle novità e dei progressi della bellissima paziente che aveva turbato e non poco la già traballante esistenza del suo giovane vice-primario.

             Ma poi, d’improvviso, di Luisa Parini, non se ne seppe più nulla. “E’ andata in Belgio da una sua vecchia zia” – gli  disse la signora Giovanna, con un tono triste, ben sapendo quale dolore gli provocava quella notizia  - “Continuerà le cure lì, ma chissà se tornerà mai più...”

            Così passarono altri mesi e il tormento di quel ricordo era sempre vivo e sempre più forte e  non  accennava  ad  attenuarsi. Si  attenuava  invece  l’astio  nei  confronti  del  padre. Ormai  la lettera  era  stata consegnata e, magari,  era servita a salvare una vita. Perché lo aveva odiato così tanto e così ingiustamente? Chiese mentalmente  perdono  al  padre  e  si promise di andare al più presto al cimitero per portargli un grosso mazzo di fiori e inginocchiarsi sulla sua tomba.

             Il suo cellulare squillò, imperioso. Era Angela, sua sorella. - “Michele,  devi  venire dalla mamma...non si sente bene...vieni, ti aspetto, c’è anche Filippo...”

  • “Anche Filippo? Come mai questa riunione di famiglia?...” Ma Angela non gli rispose. Aveva già chiuso la comunicazione. 

                                                                 ° ° ° ° ° ° °    

              Sua  madre  era  a  letto e respirava  a fatica. Quando vide Michele, tentò di sollevarsi un poco ma il gesto le costò ancora più affanno e le procurò alcuni colpi di tosse.

               Michele  le  andò  subito  vicino  per  sostenerla e tastarle il polso, ma Teresa gli scostò la mano, con un gesto nervoso. 

  • “Michele...ti prego....non fare il medico con me...ormai...E ascoltami, invece, ascoltami, perché ho poco fiato e non lo so se...” – Si fermò  un  attimo, poi riprese: - “Io vi chiedo perdono...e chiedo perdono a tuo padre per quello...per quello che ho fatto...”-
  • Perdono?...perdono di che?...- fece Michele, sempre più pallido. “Che vuoi dire, mamma?”-
  • “Quelle lettere,  quelle  maledette  lettere, erano lì sul tavolo...erano tutte sul tavolo, pronte  per  essere consegnate...erano  un  mucchio  enorme...ma  poi  tuo  padre  si  allontanò e  io  così per curiosità  mi  avvicinai e...e...le vidi,  quelle  due  lettere, piccole, azzurrine  che arrivavano da chissà dove...e sembravano così innocue e invece...invece erano pericolose...sì pericolose...Una  era  indirizzata  proprio  a  tuo  padre...l’altra  invece a...ad Alfredo,  Alfredo  Giuffrida,  il suo migliore amico...Le aveva scritte Graziella, Graziella Pitalà, che era stata  prima fidanzata con tuo  padre  e  poi  con  Alfredo...e poi...poi  grazie  a  Dio  se  ne andò in America, con tutta la famiglia, per  fare  fortuna, e la fecero la fortuna con il ristorante, così scrisse quelle lettere per invitare  a  tuo  padre  e  al  suo amico Alfredo a venire a lavorare da loro, perché c’era bisogno assai di manodopera e potevano diventare ricchi, come a loro...io invece nascosi le lettere, tutte e  due,  perché  ho  avuto  paura,  paura  di  perdere  a  vostro padre per sempre...Io aspettavo a Filippo, e già si vedeva che sarebbe stata una gravidanza difficile...come potevo partire?

        E  poi...Graziella...io  lo  so  che  cosa  voleva  per  davvero...lo so...Ahh...che  Dio mi perdoni, che  Dio  mi  perdoni  se  ho  sbagliato...”.- Ora l’affanno era sempre più forte e i colpi di tosse più frequenti.

  • “Mamma,  non  ti  affaticare...stai  tranquilla...tranquilla...”.- Intervenne  Angela, che  tremava ed era più  pallida della madre. Poi  rivolgendosi  al  fratello, quasi in sussurro: “Michele, non facciamola  stancare...ti prego...” – Michele  fece  per  scostarsi  ma  Teresa  lo  trattenne.
  • “No, no, aspetta...aspetta  Michele,  c’è  ancora  una  lettera da consegnare...Guarda, guarda...qui,  sopra  il letto...dietro  il  capezzale...” – E indicò  il prezioso e antico capezzale che raffigurava una Madonna con il suo Bambino. Una Madonna tutta d’oro e d’argento. La Madonna della Lettera...

                                                       ° ° ° ° ° ° °  

  • “ Dottor Loi, dottor Loi,  c’è  una  chiamata  per  lei,  sulla  due...”.  A parlare questa volta non era  la  gentile  signora  Giovanna,  ma  la pimpante e dinamica signorina Michela che si preparava per il lungo turno di notte.

        Michele pensò subito a sua madre, ma la signora Teresa, ormai, non era più tra i vivi.

  • “ Ha detto chi è? – domandò turbato Michele.
  • “ Sì, è la signora Luisa Parini”.-

                                                                  **********

 

16.4.2008                                                                       Piero Juvara

 

 

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