crisi di governo

Dallo spazio di una politica da mezza estate

Comunque si risolverà questa crisi politica innestata in clima balneare, essa sarà ricordata tra le più anomale e complesse della nostra storia democratica.
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Pubblicata il: 03/09/2019 - 12:21
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Comunque si risolverà questa crisi politica innestata in clima balneare, essa sarà ricordata tra le più anomale e complesse della nostra storia democratica. Anomala perché determinata da uno dei due protagonisti del Governo che invece avrebbe dovuto far di tutto per cautelare il medesimo; complessa perché di non facile via d’uscita se non attraverso un ribaltone che, di conseguenza, non potrà dare garanzie di stabilità. E ribaltone non è che voglia dire cambiamento, evoluzione, ma solo sostituzione di alcuni connotati.

Intanto con l’accaduto emerge un problema di cui nessuno ha mai parlato: cioè che l’affermarsi agli attuali livelli del Movimento Cinque stelle costituisce non un contributo al funzionamento della dinamica democratica ma un handicap senza soluzione. Infatti l’essere antisistema non può prevedere entrare a far parte del sistema stesso, se non per bloccarlo o imbarazzarlo di continuo. Allora Cinque stelle, se devono cominciare a gestire il potere che da soli non possono, dovrebbero prima decidere che cosa vogliono fare da grandi, se solo essere forza di condizionamento o far politica occorrente, con le sue concessioni e i suoi compromessi. Pena i fallimenti. Si è visto già quanto accaduto con un’alleanza spericolata realizzata con la Lega e fallita appunto in quest’agosto; si teme già quanto potrà accadere con la nuova alleanza stipulata in questi giorni e con il palese infantilismo di chi pretende addirittura di sedere col socio al tavolo delle trattative lanciando ultimatum. Oltre al fatto che governare vuol dire assumersi rischi e responsabilità e non impiantare referendum ad ogni starnuto col giochetto del web.

Ma, a parte questo, il verificarsi di detta crisi, consente più di qualche considerazione ai ben pensanti. Anzitutto quella che è ormai tale il distacco tra l’opinione pubblica e il far della politica che, a vedere i gruppetti di capi partito riprodotti di continuo dalla televisione a scodinzolare negli atri del Quirinale, inseguiti dai fotoreporter, l’unico pensiero che viene rivolto verso di loro è: ma perché non andate a lavorare; perché non ci dite piuttosto come si possono affrontare i problemi di vita della gente. Infatti è ormai divenuta triste prassi, e non solo della nostra democrazia occidentale, quella che far politica non è offrire soluzioni alle necessità del tempo, ma impossessarsi del potere come feudo redditizio e far di tutto per mantenerlo. Non può perciò far meraviglia in questi giorni lo spettacolo di lotta per le poltrone che si svolge a tutte le ore attorno e dentro palazzo Chigi. Non fa meraviglia ma disgusta, benché inevitabile.

In secondo luogo si evidenzia come, ad ogni sommovimento politico del paese, riemerga subito la sua storica disunità. Il rimettersi in discussione del predominio della Lega viene considerato una rivolta del sud contro il nord che già pregustava i benefici della autonomie differenziate e dei proventi fiscali. “In Italia comanda il sud”, si lamentano quelli della Lega. Ed è questa una malattia congenita, cui mai si sono dedicate cure radicali, tra le cause non indifferenti della prevista fragilità di qualsiasi esecutivo si formi.

Siamo in epoca di mediocrità della politica corrispondente alla mediocrità dei suoi uomini in vista e del fatto che la cultura come garanzia di alta dimensione umana se n’è distaccata. Si osservi che oggi non ci sono scrittori che hanno qualcosa da dire alla politica, anzi non ci sono grandi scrittori e quelli che ci sono fanno accademia. Si evidenzia questo anzitutto con una questione di stile, quale oggi domina nell’ufficialità. La politica come prudenza, come mediazione, come attesa dell’opportunità, come rispetto dell’avversario, cioè la politica come vera politica, è sostituita da un dichiarazionismo continuo, presuntuoso e spigoloso, dal gridare in maniche di camicia in ogni luogo e ogni tempo, sempre fidando nella piazza. Si rifletta, ora che è il caso, su Salvini. Aveva accumulato grande credito popolare fino a ubriacarsi di potere e ritenere giunto il momento di chiederlo tutto per sé con nuove elezioni, evidentemente sbagliando i calcoli. Ora non è che il soggetto non avesse acquisito meriti e giuste ragioni, sia, ad esempio, per qualche presa di posizione antifrancese o per il grave fenomeno dei migranti. Anzi per questo è onesto riconoscere che aveva più ragione del Papa, in quanto una cosa è l’umano dovere di soccorrere naufraghi e accogliere diseredati, altro è non aver nulla da dire e da fare contro i delinquenti che creano appositamente naufraghi e diseredati e ci mangiano lautamente. Ma Salvini agiva e soprattutto parlava con un linguaggio da sfida e da rissa, cioè antipolitico ed antieuropeo, destinato a creare più nemici che alleati.

E, sempre a proposito di stile, ci viene incontro anche il caso, dovremmo dire addirittura il fenomeno, Giuseppe Conte. Sa di prodigioso questo personaggio che, nuovo alla pratica politica, ad un bel momento si trova al centro di essa e soprattutto di impegni internazionali e li disbriga subito con successo, conseguendo il massimo della stima. Ha forse qualche ritrovato politico nuovo questo Conte? Dei meriti singolari per il molto credito fin qui conseguito? No, è solo che egli è personaggio particolarmente gradito perché ancora è pulito, non reca in sé il puzzo della partitocrazia logora e stantia. Ed è questo un concetto che dovrebbe far riflettere, se per caso non è questione di uomini, di metodi o di che cos’altro che rende malato il nostro vecchio sistema democratico, sicché sia ormai il caso d’inventar qualcosa per rinnovarlo o addirittura sostituirlo.

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