Quella piccola agenda di pelle nera - Piero Juvara

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Pubblicata il: 07/01/2014 - 20:19
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Angelina sollevò sbuffando la pesante saracinesca della lavanderia e si preparò rassegnata ad  affrontare  un'altra  buona  mezza giornata di lavaggi e di stirature con il suo pesante ferro da stiro che sbuffava più di lei.

         Entrando, volle  dare  un'ultima  occhiata alla grande strada che brulicava di macchine e di gente e  che scendeva dritta fino all'imboccatura del porto, dove, in quel momento, transitava un bianco e gigantesco ferry-boat.

         Si  era  all'apertura pomeridiana e il sole, che cominciava a tramontare, tingeva tutto di un rosso acceso.

         Angelina alzò gli occhi al grigio cielo di marzo ed entrò, con una stretta al cuore.

         Il grande oblò della macchina lavatrice le sembrò più minaccioso e lugubre del solito. Era come un grande occhio di vetro privo di pupilla e tra poco, quando la macchina si sarebbe messa in  movimento, vi  avrebbe  visto  girare  vorticosamente maniche di camicie ed impermeabili, e mucchi  di  pantaloni  di  vari colori, da dove non sporgevano, però, né braccia, né gambe, come fossero indossati da fantasmi.

         Scacciò  quella  brutta  immagine  dalla mente e indirizzò la sua attenzione sulla montagna di biancheria  ancora  da  lavare, portata  la  mattina  da  frettolosi ed infreddoliti clienti. Sovrastava il mucchio  un  grande  paltò  di  morbidissima  lana  color  marrone scuro con un colletto di pelliccia anch'esso marrone, ma di una gradazione più chiara.

         Istintivamente  lo  prese e subito sentì  qualcosa  di morbido che le rotolava sui piedi. Guardò a terra e notò, vicino  al  cesto della biancheria, una piccola agenda di pelle nera. Si chinò per prenderla e, nel fare questo gesto, le  attraversò  la  mente  un lontano ricordo di scuola: la lettura di un breve racconto inserito in un'antologia. La storia  di un ragazzo, forse negro, non ricorda bene, che trova  per  strada  un grosso chiodo arrugginito, caduto  magari da un carro che era transitato di là. Il  ragazzo  lo  raccoglie, non  ne  può  fare  a  meno,  ma poi  con quel  grosso  chiodo arrugginito caduto…"apposta", uccide una bambina…

         Come il grosso chiodo arrugginito, anche la piccola agenda di pelle nera aveva voluto essere raccolta  "per forza"  da lei. Ma  che  male  poteva  causare  a  chiunque quella minuscola, innocua agendina che se ne stava "buona" nelle sue mani?

          Volle  aprirla: era  fitta  di  nomi, scritti con un ordine meticoloso da una calligrafia minuta, nervosa, certamente  maschile. Certamente  di  quel  signore  dall'aspetto  imponente e dal viso di pietra che aveva portato quella mattina il grande paltò di lana marrone e poi se ne era andato svelto su una macchina straniera di grossa cilindrata guidata da un autista tutto vestito di nero.

- "Angelina! Angelina! Ma che diavolo fai? Sei rimasta incantata?...che guardi?" –

         Chi  la  riportava  bruscamente  alla  realtà  era la vecchia padrona della lavanderia, l'acida e rinsecchita signora Adele.

         Angelina non l'aveva sentita entrare, assorta com'era nell'esame dello strano libriccino e ora la vecchia le stava davanti e la guardava con aria dura e interrogativa, da dietro i suoi occhiali dalla montatura di osso, poggiati in precario equilibrio su un naso secco e affilato.

         Angelina si scusò, farfugliò altre incomprensibili cose, poi le mostrò quello che aveva trovato.

  • "Bé, vedi di chi è, e così si restituirà al legittimo proprietario…" – Blaterò secca la signora Adele.
  • "Credo appartenga al signore del cappotto, quello di stamattina…" – disse timidamente Angelina.
  • "Ah, il signor Ferdinando, il signor Ferdinando Barca… Bel tipo, quello…Vede il lavoro come se fosse peste, ma le tasche gli fanno sempre rumore…e da tavola non si alza mai digiuno…Sarà che a quello lì i soldi gli piovono da cielo…Bhà…qui da noi nessuno sa niente…nessuno vede e nessuno parla…e a chi di queste "piogge" non ne ha, tocca sudare e dire sempre "signorsì". Ma ora svelta, eh! Qui si fa notte! Forza, forza, al lavoro!!"

         Angelina andò dietro al traballante asse da stiro, afferrò con rabbia il pesante ferro da stiro che assomigliava ad una vecchia locomotiva sbuffante in procinto di partire faticosamente per chissà dove e, prima di chinare il capo sul lavoro, volle ripensare ancora una volta alla grande strada che portava al mare e al bianco ferry boat e volle ripensare anche alla piccola agenda di pelle nera  che aveva riposto con cura nella piccola tasca del suo attillato camice azzurro.

         Non vedeva l'ora di arrivare alla chiusura e di esaminarla con più attenzione. Quella piccola agenda era carica di misteri, come il suo proprietario, che immaginava sotto una luccicante pioggia di monete d'oro, e a lei piacevano i misteri, la facevano sentire viva…

         Le venne anche l'idea di mostrarla al fratello che faceva il poliziotto, ma non poteva trattenerla che fino a domani, perciò non avrebbe fatto in tempo. Si sarebbe incontrata con Giovanni, questo era  il  nome  del  fratello,  solo domenica, quando  ritornava – almeno per quel santo giorno – in famiglia.

         Per il resto della settimana lei viveva in una modesta pensione, da sola; quasi senza amici.

         Ora, però, non sentiva la solitudine: aveva per compagna la "sua" piccola agenda di pelle nera. "Sua", almeno, fino  all'indomani,  quando  sarebbe  ritornato  il  legittimo  proprietario, il signor Ferdinando Barca, l'uomo dalla faccia di pietra.

                                                              *   *   *     

         L'uomo dalla faccia di pietra, come lo chiamava Angelina, si era appena alzato dal letto e ora si esaminava allo specchio, con i suoi occhi senza luce, che non facevano trasparire nulla, come quelli di un pescecane che vaga senza meta, nel buio degli abissi. Non era a casa sua; da tempo  non  ci metteva più piede, sorvegliato com'era dalla polizia, braccato dai suoi numerosi nemici e perciò stava sempre sul chi vive e cambiava spesso rifugio e compagnia.

         Ora gli dava ospitalità Eleonora, una bionda ossigenata flessuosa e procace, con le labbra di fuoco e la pelle di seta.

         Sempre  assetata  d'amore  passava  le  sue  giornate nel grande letto dalla testata d'ottone bagnata  d'oro  zecchino, e  non  ne  usciva che di tanto in tanto, felinamente, con gli occhi che buttavano lampi.

         Ferdinando Barca continuava a fissarsi allo specchio, massaggiandosi il mento. Si arroellava il cervello cercando di ricordare dove aveva potuto smarrire la sua piccola ma preziosa agenda di pelle nera. Preziosa perché conteneva numeri e nomi senza i quali si considerava perduto.

         Rientrò in camera da letto senza nemmeno dare un'occhiata a Eleonora, che se ne stava nuda e beata, tra le coperte, e sembrava dormisse.

         Un brivido di freddo gli attraversò la schiena e lo costrinse a serrare di più il cordone del suo accappatoio. Si era a marzo inoltrato, ma faceva ancora un freddo del diavolo e il grecale soffiava forte e faceva sbattere incessantemente porte e finestre.

         Il  freddo  vento  di  marzo  gli  fece  balenare  un'idea e una piega si formò sotto l'angolo destro  della  bocca. La  lavanderia!  la  lavanderia  della  signora  Adele! Ecco  dov'era  la  sua preziosa agenda! Ma certo, l'aveva lasciata nella tasca del paltò che aveva portato in lavanderia. Diamine! perché non ci aveva pensato prima? Doveva telefonare subito a quella vecchia bisbetica.

         Rilevò il numero dalla ricevuta che gli avevano dato per il ritiro e lo impostò velocemente sulla tastiera del telefono. La voce acidula della signora Adele affiorò dalla cornetta.

  • "Chi parla?"
  • Sono il signor Ferdinando…Ferdinando Barca…"
  • "Ah, sì, è per la sua agenda, vero? L'ha trovata la mia commessa, Angelina…Una impicciona quella! Ficca il naso dappertutto…L'ho pescata con la sua agenda in mano che…che sognava!

 Quella benedetta ragazza! Se la conoscesse come la conosco io!...Bé, può venire domani a riprendersela,  assieme al paltò…"   

  • "No, vengo subito, mi trovo proprio a passare da lì…"
  • "Mi dispiace, signor Ferdinando, ma la sua agenda non è qui, in questo momento…Come le dicevo, la mia commessa, Angelina…sbadata com'è se l'è messa in tasca ed è uscita  per una consegna…Non so se tornerà stasera…La vedrò domattina, all'apertura…"

         Ferdinando Barca soffocò un'imprecazione che avrebbe fatto raggelare il sangue alla sia pur coriacea signora Adele, biascicò un saluto e chiuse la comunicazione. Poi compose un altro numero, sempre di fretta, e sibilò con tono basso, ma deciso, degli ordini secchi ad una voce che rispondeva a monosillabi e sembrava provenisse da una pentola vuota che rotola giù per una rampa di scale.

                                                                  *   *   *

         La mattina dopo Angelina non si presentò alla lavanderia e nemmeno il giorno successivo. La signora Adele, imprecando contro una gioventù che non rispetta niente e nessuno e che pensa solo a divertirsi, se non peggio, si rassegnò subito alla sua assenza ed espose in vetrina un cartello con la scritta "CERCASI COMMESSA".

         L'uomo dalla faccia di pietra si alzò dal letto e tornò ad esaminarsi allo specchio. Eleonora si mosse appena, mugolando. I suoi occhi acquosi, senza espressione, non tradivano il turbinio di pensieri che gli attraversavano la mente.

          Fece una doccia calda e rientrò nudo e gocciolante in camera da letto alla ricerca di un accappatoio.

         Aprì l'armadio di noce laccato color avorio e tirò fuori la gruccia degli accappatoi. Sentì come un piccolo tonfo e qualcosa di morbido che gli sfiorava i piedi nudi.

         Per la prima volta i suoi occhi ebbero come un guizzo. Non abbassò lo sguardo per vedere che cosa l'aveva sfiorato: lo sapeva già. Era la sua piccola agenda di pelle nera.

                                                                  *   *   *

         Angelina fu ritrovata due giorni dopo, colpita a morte da due colpi di fucile in piena fronte, sull'erba umida di un prato di periferia, distesa supina,  col suo camice azzurro attillato strappato in più punti, le gambe larghe e gli occhi spalancati, al grigio cielo di marzo.

                                                                    *   *   *

                                                                                                   Piero Juvara, Aprile 1987

 

Graziella Campagna fu trucidata barbaramente dalla mafia nel messinese a soli 17 anni, solo per avere ritrovato nelle tasche di un cappotto lasciato nella lavanderia dove prestava servizio, una agendina e dei documenti,  che comprovavano la vera identità di un pericoloso boss della mafia latitante già da tempo.

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